Infezioni ospedaliere: due risarcimenti ottenuti in via stragiudiziale

Lo Studio Legale Colletti ha recentemente ottenuto, in via transattiva e prima di iniziare un procedimento giudiziale, ben due risarcimenti riguardanti i decessi di due pazienti causati da infezioni ospedaliere presso un ospedale abruzzese. 

Il Sig. R.D.B., ricoverato presso il Reparto di Neurochirurgia, a seguito di un intervento riuscito, contraeva una infezione da Proteus mirabilis (infezione alle vie urinarie) che, in poco tempo, anche per un trattamento non corretto, lo portava ad uno shock settico e, successivamente, alla morte.

Invece il Sig. T.D.P., ricoverato nel medesimo reparto ma in altro periodo, contraeva una multi-infezione causata da Pseudomonas aeruginosa e Staphylococcus aemolyticus che, aggravandosi, lo aveva velocemente portato ad una polmonite bilaterale e poi al decesso.
Prima ancora di intraprendere una procedura giudiziale i (pochi) parenti dei due sfortunati pazienti, con la consulenza dello Studio, riuscivano ad impostare una trattativa con l’Assicurazione della Asl e, a fronte di alcune rinunce da parte degli stessi, ci si riusciva a mettere d’accordo a fronte di un pagamento di una somma pari ad € 300.000.
Pur consapevoli che in giudizio sarebbero riusciti ad ottenere di più ma con l’aleatorietà di un processo e la lunghezza dello stesso, entro 6 mesi dal primo contatto con lo Studio si raggiungeva un accordo.

 

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Il regime prescrizionale alla luce della nuova Legge sulla responsabilità medica

Il 17 marzo 2017, con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 64, è entrato ufficialmente in vigore il nuovo testo di legge sulla responsabilità medica, civile e penale (il cd. ddl Gelli).

Ciò che ci preme verificare con il presente articolo è cosa cambia nei riguardi del cittadino/danneggiato per quanto riguarda il regime prescrizionale, ovvero il tempo entro cui si possono far valere i propri diritti.

Partiamo dall’assunto che, in linea generale, la prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui “il diritto può essere fatto valere” (art. 2935 c.c.) mentre, per ciò che riguarda la responsabilità aquiliana il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il «fatto si è verificato» (art. 2947, 1° comma, c.c.).

In realtà, soprattutto quando parliamo di responsabilità medica, ed in particolar modo per i danni cd. lungolatenti – ma non solo – la giurisprudenza ha inteso allargare il regime prescrizionale classico, prevedendo che la prescrizione inizi a decorrere “dal momento in cui (la malattia) viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche” (Cass. SS.UU., n. 583/208).

Pertanto per la decorrenza della prescrizione non si tiene conto solo di un fattore “oggettivo” quale l’esternalizzazione di una malattia, ma anche un fattore “soggettivo” quale la riferibilità della malattia come conseguenza di un comportamento altrui.

Premesso questo, ed alla luce della nuova legge, cosa è cambiato?

Nei riguardi della responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria in regime privatistico nulla. Si applica sempre la prescrizione decennale ex art. 2935 cod. civ., così come allargata, comunque, dalla giurisprudenza ormai costante della Suprema Corte.

Ciò che principalmente cambia è, invece, la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria (medico o infermiere) inquadrato all’interno di una struttura pubblica o privata.

Secondo la nuova legge si applica la prescrizione da responsabilità aquiliana, ovvero quella quinquennale in luogo della decennale.

In verità, vertendosi comunque in un danno da “reato” (omicidio colposo, lesioni colpose) non si applicherebbe la prescrizione quinquennale più favorevole bensì la prescrizione ordinaria minima per i reati, ovvero, in questo caso, di sei anni in base all’art. 157 c.p.: “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto”.

Ovviamente in ambito civile qualsiasi atto interruttivo fa iniziare a decorrere la prescrizione dall’inizio e, in ogni caso, il consiglio sarebbe comunque quello di procedere ad una formale diffida e messa in mora in modo da assicurarsi, comunque, la possibilità di esercitare i propri diritti anche in un tempo più lungo.

Tribunale di Pescara: condannata per 900mila€ la clinica Pierangeli per decesso di un paziente

Lo Studio Legale Colletti ha ottenuto una nuova sentenza positiva per un altro caso di responsabilità medica.

Al paziente, ricoverato presso la Casa di cura Pierangeli, nonostante l’anzianità, era stato impropriamente consigliato un intervento chirurgico per un aneurisma dell’aorta addominale.

A seguito dell’intervento, non riuscito, si sono susseguiti altri due interventi riparatori ma, nonostante le cure del caso, il paziente è purtroppo deceduto dopo pochissimi giorni.

La Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice ha verificato tutta una serie di errori medici a partire proprio dalla scelta dell’intervento, nonostante la  palese rischiosità, senza informare preventivamente il paziente che in quel momento lo stesso intervento non era necessario potendo aspettare almeno altri 6 mesi per sottoporsi ad esami comparativi e verificare l’andamento della malattia. Vi era pertanto una lesione del consenso informato.

Secondo il Consulente, inoltre, gli errori hanno riguardato anche la fase pre-operatoria nonchè la fase di esecuzione dell’intervento stesso, avendo utilizzato una tecnica chirurgica errata rispetto le comorbidità del paziente, sottovalutate e che hanno poi portato al fallimento della prima operazione e, quindi, al successivo decesso.

Dimostrato, quindi, il nesso di causalità tra l’intervento ed il decesso il Giudice Unico Dott. Falco ha liquidato i danni, jure proprio ed jure hereditario, secondo le cd. Tabelle di Milano, liquidando agli eredi una somma pari ad € 880.000 di risarcimento.

A questo link è possibile leggere il contenuto della sentenza: Sentenza Trib. Pescara 2073/2016

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Tribunale di Pescara: danno da perdita di chance per ritardo diagnostico

Lo Studio Legale Colletti ha ottenuto un nuovo risarcimento a favore di una propria assistita riguardante un danno da perdita di chance.

La paziente, operatasi al ginocchio presso la Casa di cura Pierangeli, non era stata informata dai sanitari della presenza di una opacità nodulare sospetta emersa durante una Rx Torace in fase pre-operatoria.
oncologiaQuella opacità, nei mesi successivi ed attraverso altre casuali indagini diagnostiche, si era dimostrata essere una neoplasia polmonare che ha portato, come conseguenza immediata, ad un intervento di resezione polmonare con chemioterapia adiuvante.

A seguito di una consulenza tecnica d’ufficio, il Giudice ha condannato la Casa di cura, con relativa assicurazione, al risarcimento del danno da perdita di chance (valutato dalla Ctu in una percentuale del 25%), quantificandolo in € 81.000 oltre al risarcimento del danno di natura temporanea poichè la neoplasia è stata scoperta solo 1 anno dopo.

In totale lo Studio Legale Colletti è riuscito ad ottenere un risarcimento, comprensivo di interessi, per la propria assistita di oltre 150.000€.

 

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Malasanità: decesso sospetto dopo caduta – risarcimento di 165.000€

Lo Studio Legale Colletti ha ottenuto un ottimo risarcimento per i loro Assistiti successivo ad un decesso molto sospetto avvenuto presso una Asl abruzzese.

Cosa era successo?

Un anziano signore, sofferente già di varie patologie, ricoverato presso il Reparto di Geriatria, due volte consecutive cadeva dal letto, prima per un difetto dell’impianto frenante del letto, e, successivamente, a causa della mancata presenza di contenzione.

Ma, la cosa più grave, era che i sanitari avevano omesso di preparare la scheda inerente la Scala di Conley, ovvero la valutazione degli strumenti di misura del rischio caduta dei pazienti.

A causa delle cadute si era reso necessario un intervento neurochirurgico per la comparsa di un ematoma sottodurale e, dopo che la situazione pareva stabilizzata, l’anziano veniva dimesso, morendo, senza una autopsia, venti giorni dopo le dimissioni dall’ospedale.

La particolarità e la difficoltà del caso derivava proprio dal decesso avvenuto fuori e tempo dopo l’avvenuta dimissione, provocando così una possibile elisione del nesso di causalità tra l’inadempienza ed il decesso.

Dopo la perizia del nostro Consulente e lunghissime trattative con l’assicurazione della struttura pubblica, si è arrivati ad un risarcimento per totali 165.000€.

Vero che per una situazione del genere il risarcimento sarebbe potuto essere molto più alto ma, quando le possibilità di vittoria in un giudizio sono inferiori al 50%, è molto meglio arrivare ad una transazione piuttosto che far spendere soldi ai Clienti per poi non riuscire ad arrivare a nulla.

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Risarcimento del danno: l’eterno ritorno del danno esistenziale

Con una recentissima sentenza della III Sezione della Corte di Cassazione (Relatore Travaglino – n. 7766/2016) è ritornato in auge il “danno esistenziale”, che si pensava oramai perduto nella concentrazione dell’unitarietà del risarcimento, principio indiscusso negli ultimissimi anni della Suprema Corte.

Ed invece siamo ancora qui, per fortuna, a dibattere della duplicità di prospettiva del danno morale, una prospettiva interiore ed una esteriore. La prima va ad analizzare la cd. sofferenza interiore, ovvero la relazione del soggetto con sé stesso e con l’idea di sé, mentre la seconda, il cd. danno esistenziale, va ad incidere nel radicale sconvolgimento della dimensione della vita quotidiana, e cioè di quel rapporto dell’essere umano con la realtà esterna.

Giustamente la sentenza, andando anche ad analizzare le prospettive di riforma presente nel Ddl Concorrenza in discussione al Senato, limita tale duplicità di danno solo laddove si sia in presenza di casi particolari e gravissimi, o per meglio dire “eccezionali” rispetto alla normalità del danno alla persona.

Ed è proprio l’eccezionalità un requisito che pone e porrà dubbi interpretativi alla futura giurisprudenza di merito.

Analizzando la sentenza, infatti, il danno esistenziale difficilmente potrà essere inquadrato, ad es., nei danni ai soggetti macrolesi dalla nascita, proprio perché manca uno dei requisiti fondamentali, ovvero l’impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno cd. esistenziale, in tali sensi rettamente inteso, ovvero, se si preferisca un lessico meno inquietante, il danno alla vita di relazione)” (par. 2.3 della sentenza).

Ed anzi, forse impropriamente ed anche fungendo da monito alle istanze assicurative delle lobby, anche parlamentari, che vogliono diminuire il danno alla persona, la stessa sentenza indica che, mentre secondo quel medesimo disegno di legge il danno esistenziale avrà un limite massimo di aumento personalizzabile (il 30%), il cd. danno morale interiore non si vedrà sottoposto a tale limite, essendo possibile un suo aumento indiscriminato, ma sempre nell’alveo dell’equitatività.

Se vi è un insegnamento che tale sentenza vuole fornire ai spesso distratti giudici di merito è quello di non arrivare mai ad un calcolo immotivato ed automatico sulla personalizzazione del danno ma alla necessità di verificare caso per caso, e se possibile anche attraverso testimonianze ed allegazioni, il vero danno patito, al fine di arrivare ad un pieno ed integrale risarcimento del danno.

Cass. civ. 2016, n. 7766

Corte di Giustizia Europea: le clausole vessatorie possono essere rilevate in ogni fase e grado del procedimento

«La direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento di valutare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, ove l’autorità investita della domanda d’ingiunzione di pagamento non sia competente a procedere a una simile valutazione».

Detto in altri termini: il giudice deve potere rilevare la presenza di una eventuale clausola abusiva ai danni del consumatore anche in fase esecutiva, non ostando a ciò neppure l’autorità di cosa giudicata del titolo esecutivo.

È questo il principio affermato dalla Prima Sezione della Corte di Giustizia Ue, con sentenza del 18 febbraio, causa C-49/14, resa all’esito di un rinvio pregiudiziale circa la conformità dell’ordinamento processuale spagnolo, e in particolare del procedimento d’ingiunzione, ai contenuti della Direttiva 93/13/CEE del 5 aprile 1993 concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, ossia le clausole che prevedono condizioni contrattuali vantaggiose per il professionista che le predispone e sfavorevoli per il consumatore che le subisce. Obiettivo della direttiva era quello di predisporre a favore del consumatore-contraente debole, effettivi strumenti di tutela per riequilibrare la fisiologica asimmetria del rapporto contrattuale con il professionista: una tutela, dunque, non solo formale ma anche, e soprattutto, sostanziale.

Il nostro ordinamento ha dato esecuzione alla direttiva in esame dapprima con l’introduzione, nel titolo II (Dei contratti in generale) del libro IV (Delle obbligazioni) del codice civile, ad opera dell’art. 25 della legge 6 febbraio 1996, n. 52, del capo XIV-bis, intitolato “Dei contratti del consumatore”; successivamente, con l’adozione del D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, meglio noto come “Codice del consumo”, che ha predisposto una specifica disciplina dei contratti conclusi fra un imprenditore (definito “professionista“) e un consumatore.

Si tratta, in buona sostanza, di quei contratti in cui il rapporto sorge tra una “parte debole”, il privato cittadino che intrattiene un rapporto che non riguarda la sua attività professionale, e il “professionista”, che in questo contesto prende le vesti di qualunque persona, fisica o giuridica, che conclude il contratto nell’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, ed è pertanto considerato “la parte forte” (per il mutuo, la banca o l’istituto di finanziamento riconosciuto).

Delle clausole potenzialmente vessatorie è fornita una lista “non tassativa” nell’articolo 33, comma 2, che ne presume vessatorie, fino a prova contraria, molteplici tipologie. Tra le diverse ipotesi enucleate dalla norma rilevano, in particolare, le clausole volte ad escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di danno (o morte) alla persona del consumatore dovuta ad un’azione o omissione dello stesso; le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista in caso di inadempimento (totale o parziale) o di adempimento inesatto; l’opportunità da parte del consumatore della compensazione di un debito nei confronti del professionista con un credito vantato nei confronti di quest’ultimo. Rilevano, altresì, le clausole volte a prevedere un impegno da parte del consumatore subordinando, viceversa, l’esecuzione della prestazione del professionista ad una condizione dipendente unicamente dalla sua volontà; riconoscere solo al professionista la facoltà di recedere dal contratto e consentirgli di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore in caso di recesso o mancata conclusione del contratto da parte di quest’ultimo (senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma, laddove sia quest’ultimo a non concludere il contratto o a recedere); consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa (ecc.).

Se le clausole previste al comma 2 dell’articolo 33 rappresentano esempi utili ad orientare il giudice e gli operatori del diritto, nulla vieta loro di poter qualificare vessatorie anche tutte quelle ulteriori clausole che, pur non contenute nell’elenco, alterano significativamente l’equilibrio contrattuale. In tal senso si legga il comma 1 dell’articolo 33 che, definendo vessatorie «le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto», collega la loro abusività non più al dato formale della mancata specifica loro sottoscrizione da parte dell’aderente, bensì al “significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”. Una valutazione da fare caso per caso, tenendo conto dell’intero contenuto del contratto e, dunque, della previsione o meno di qualche contrappeso che possa escludere lo squilibrio.

È chiaro, dunque, che la tutela del consumatore predisposta dal Codice del Consumo ha carattere eminentemente sostanziale in quanto permette al giudice, diversamente dal passato, di procedere ad una valutazione più approfondita e pregante, potendo egli sindacare il contenuto di ogni singolo contratto alla luce non solo di clausole che, rientrando nell’elenco di cui al comma 2 dell’art. 33, sono formalmente qualificate vessatorie, ma anche di quelle che, non presentando alcun contrappeso nel regolamento contrattuale, ne alterano oggettivamente e sostanzialmente l’equilibrio sinallagmatico a danno del consumatore. Sempre in tema di clausole abusive, inoltre, la legge, anche in omaggio al principio di conservazione degli atti, prevede che il giudice commini, su richiesta del consumatore, la nullità delle clausole abusive mantenendo, per la restante parte, il contratto valido ed efficace.

Quello delle clausole abusive nei contratti conclusi fra professionisti e consumatori e della tutela effettiva da assicurare a questi ultimi, è un argomento su cui la Corte europea ha sempre mostrato particolare sensibilità e attenzione. Lo dimostra una sua precedente pronuncia con cui ha stabilito che «nell’ambito di un procedimento d’ingiunzione di pagamento, laddove il consumatore non abbia proposto opposizione, il Giudice, ove disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine, deve esaminare anche d’ufficio la natura abusiva di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore» (sentenza Banco Español de Crédito, C 618/10, EU:C:2012:349).

È chiaro, dunque, che con la pronuncia del 18 febbraio 2016, causa C-49/14 la Prima sezione della Corte di Giustizia, riconoscendo al giudice il potere di esercitare d’ufficio un controllo in ogni fase, ha aggiunto un altro importante tassello alla tutela del consumatore vessato. Pur ricordando che le modalità di attuazione del principio dell’autorità di cosa giudicata rientrino nella competenza dell’ordinamento giuridico interno degli Stati membri in virtù del principio dell’autonomia procedurale di questi ultimi, i giudici europei hanno tuttavia precisato che tali modalità devono soddisfare la doppia condizione di non essere meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni analoghe soggette al diritto nazionale (principio di equivalenza) e di non rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti attribuiti ai consumatori dal diritto dell’Unione (principio di effettività).

Nella fattispecie, occorre osservare che lo svolgimento e le peculiarità del nostro procedimento d’ingiunzione di pagamento sono tali che tale procedimento è chiuso senza possibilità che venga eseguito a posteriori un controllo dell’esistenza di clausole abusive in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore. Un simile regime processuale rischia di vanificare, o comunque, compromettere l’effettività di tutela del consumatore voluta dalla direttiva 93/13. Il nostro sistema processuale, così come quello di quasi tutti gli Stati europei, è infatti, caratterizzato da preclusioni, ossia da “tempi limite” oltre i quali determinate eccezioni non possono essere sollevate, con l’effetto di sanare l’eventuale vizio.

Ebbene, secondo la Corte di Giustizia, queste regole non possono valere sempre. E non valgono quando è in gioco l’interesse del consumatore nei rapporti con un soggetto forte come la banca che impone i suoi contratti standard senza possibilità per il mutuatario di intervenire sul testo, modificandolo o personalizzandolo alle proprie esigenze. Per questi casi la Corte stabilisce che la presenza di clausole abusive deve poter essere rilevata in qualsiasi fase del procedimento, dall’iniziale istanza di decreto ingiuntivo alla fase ultima della vendita forzata con l’asta, essendo contrarie al diritto dell’Unione Europea eventuali regole interne agli Stati che pongano una preclusione oltre la quale il consumatore non può più contestare la validità del finanziamento, eccependo la nullità del contratto.

Tutto ciò comporta due importanti conseguenze pratiche: in primo luogo, il giudice nazionale deve fare un primo e generale vaglio sulla legittimità del contenuto del contratto verificando già all’atto della richiesta del decreto ingiuntivo, ancorchè la legge non lo prescriva espressamente, la regolarità del contratto e, dunque, l’assenza di clausole abusive e vessatorie (si pensi al caso di interessi anatocistici, interessi superiori a quanto disposto dalla legge, rinuncia a garanzie, ecc.). In secondo luogo, all’atto dell’esecuzione forzata, in sede cioè di pignoramento e vendita forzata, il giudice ogni qual volta riconosca che nel merito il contratto presenti clausole abusive e vessatorie, deve annullare il contratto, e quindi stoppare la vendita all’asta, non potendo invocare regole procedurali che stabiliscano, eventualmente, la sua incompetenza a pronunciarsi su questioni relative al merito del credito.

Alla luce di tali argomentazioni, è interessante capire quali saranno le ripercussioni della sentenza in commento nel nostro ordinamento in cui ogni giorno vengono conclusi centinaia di contratti contraddistinti dalla previsione di clausole abusive a danno dei consumatori. A titolo esemplificativo, basti pensare ai mutui bancari al cui interno sovente sono inserite clausole, quali tassi sopra soglia o penali per estinzione anticipata del contratto, il cui contenuto presenta nella maggior parte dei casi carattere di abusività dal momento che impone al consumatore un regolamento contrattuale sbilanciato a favore della banca, difettando qualsivoglia contrappeso idoneo ad escluderne il carattere vessatorio. Secondo Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) e Federconsumatori, sono vessatorie e lesive dei diritti dei consumatori le clausole dei contratti di mutuo stipulati con il rimborso alla francese (ovvero interessi capitalizzati occultamente nel piano di ammortamento), già censurati e sanzionati, dietro ricorso dei legali Adusbef, e da numerose sentenze dei giudici di primo grado, nonché le clausole di numerosi contratti bancari che ancorano all’illegittimo ed illecito parametro Euribor (stabilito dalle stesse banche, spesso con accordi occulti) la misura degli interessi e competenze economiche, nonché le clausole che aggiungono al tasso nominali numerosissimi costi occulti e penali che sommate ai tassi configurano il reato di usura, nei mutui, nei contratti di leasing, conto corrente bancario e simili.

Conclusivamente, non resta che auspicare che i giudici italiani si conformino alla giurisprudenza della Corte di giustizia e ciò non soltanto per non incorrere in violazioni del diritto europeo ma anche, e soprattutto, per tutelare efficacemente le molte centinaia di consumatori indebitati che tutti i giorni subiscono le inique condizioni contrattuali imposte unilateralmente dalle banche.

Corte di Giustizia UE – Sentenza 18 febbraio 2016

Come calcolare il Danno Biologico del defunto (Cass. n. 679/2016)

La recente sentenza della Suprema Corte n. 679/2016 torna su un punto dibattuto soprattutto nella giurisprudenza di merito, ovvero su come debba essere calcolata la liquidazione monetaria del danno biologico del paziente, deceduto successivamente per cause non collegabili alla malpractice medica.

Quest’ultima sentenza continua sulla scia dei precedenti giurisprudenziali (Cass. civ. 30 ottobre 2009, n. 23053) secondo cui l’ammontare del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono iure successionis va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva. E’ fuor di dubbio che una tale previsione provoca una diminuzione drastica della liquidazione risarcitoria, nel caso di specie vi è una riduzione di addirittura 4/5 di quanto previsto dalle Tabelle di Milano ma, d’altro canto, si adegua al principio base del risarcimento dell’effettivo danno subito e non di quello presunto.

Sentenza Cassazione civile n. 679/2016

A chi rivolgersi per un caso di malasanità?

Non è facile per una persona che ha appena subito un grave danno o un grave lutto, causati da un errore medico, capire a chi rivolgersi per vedersi tutelati i propri diritti.

Attualmente anche il settore della Responsabilità medica è diventato fonte di profitto e molti tentano di entrarvi.

Questa è una piccola guida, ovviamente di parte (visto che è scritta da avvocati che si occupano, principalmente, di malasanità).

Studio Legale Colletti

Le scelte sono sostanzialmente tre: 1) avvocati; 2) associazioni; 3) società.

Se pensate di rivolgervi ad un avvocato dovreste tenere a mente alcuni punti. Innanzitutto verificate che sia esperto nel settore della responsabilità medica. Questo settore non è molto semplice, bisogna sapere come redarre un atto, come controllare la perizia medico-legale di parte e d’ufficio nonchè essere a conoscenza della copiosa giurisprudenza che, in questa branca, è estremamente mutevole. Non abbiate dunque timore di chiedere quanti casi abbia seguito in passato e come si siano conclusi. Un cliente informato è un cliente che non può essere raggirato. Inoltre fatevi mettere per iscritto un preventivo, così da sapere quanto vi costerà iniziare un procedimento (civile o penale). Infatti tali procedimenti possono essere molto costosi (e rischiosi).

Se invece pensate di rivolgervi ad una delle tante associazioni che tutelano i diritti dei malati dovrete fare ancora più attenzione. Ultimamente tali associazioni sono spuntate come funghi.

Come prima cosa, per capire se si tratta di una vera associazione che tutela i diritti dei pazienti, verificate di cosa si occupano. Diffidate di tutte quelle associazioni che trattano solo casi di malasanità. Molto spesso tali associazioni sono solo una vetrina per “accapararsi la clientela”. Verificate per bene i loro siti web (se ne hanno) e le loro “competenze”. Soprattutto, se sono vere associazioni, non firmate moduli di alcun tipo, tranne quelli per la privacy.

Diffidate altresì delle Associazioni che pagano per pubblicizzarsi online. Le vere associazioni non investono soldi in pubblicità ma utilizzano i pochi denari che hanno a favore dei pazienti. Normalmente le associazioni che pagano per farsi pubblicità non sono cere associazioni di volontariato.

Proprio per questo motivo il nostro Studio Legale collabora ormai da più di vent’anni con l’Associazione Onlus Tribunale dei Diritti del Malato di Pescara (che oggi si chiama Associazione Onlus Tutela dei Diritti del Malato). Tale associazione, conosciuta in tutto l’Abruzzo, non si occupa solo di casi di responsabilità medica ma di tutto ciò che è nell’interesse del paziente, dalla lunghezza delle liste d’attesa alle informazioni spesso non fornite dagli Ospedali, all’interlocuzione con gli organi istituzionali per la migliore gestione dell’ambiente ospedaliero.

Infine vi sono le società, nate soprattutto negli ultimi 5 anni.

La prima cosa da verificare in queste società è la loro composizione sociale. Può accadere, e bisogna stare molto attenti, che dietro non vi siano studi legali, medico-legali o addirittura altre società che difendono anche le compagnie di assicurazione, in pieno conflitto di interessi.

Un’altra pecca di queste società è che, per una questione di capitale, si occupano solo dei casi di malasanità dove il risarcimento potrebbe essere più alto.

La nostra filosofia professionale impone invece che si debbano difendere i diritti di tutti, sia di chi ha subito un danno molto grave, sia chi ha subito un danno lieve.

Pertanto il nostro consiglio è di diffidare delle associazioni e società che si occupano solo di gravi invalidità: esse penseranno solo al mero profitto.

Un altro consiglio è quello di controllare molto bene le transazioni che vi vengono proposte. Tali società (o associazioni) molto spesso puntano ad una transazione anche leggermente sconveniente purchè sia rapida: in un caso di decesso ci è capitato un caso dove al cliente era stato proposto un risarcimento di 200.000€ laddove poteva sicuramente richiedere un risarcimento di almeno il doppio. Infatti queste società puntano sulla quantità dei numeri, non sulla qualità.

Un ultimo consiglio: diffidate degli avvocati, delle associazioni o delle società che affermano di raggiungere una percentuale di vittorie superiore al 90%. La media delle cause vinte nel settore della responsabilità medica ultimamente si aggira sul 65%. Chi vanta cifra vicine al 100% si occupa, quindi, solo dei casi sicuri e non di tutti quelli che, comunque, meritano una tutela. Ed inoltre tali cifre sono solo marketing, troppo spesso sono lontanissime dalla realtà.

Adesso che avete letto questa piccola guida la scelta spetta a voi.

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Cos’è una “complicanza” di intervento? Ce lo dice la Cass. n. 13328/2015

Ci sono sentenze che dovrebbero essere studiate a memoria da tutti i consulenti tecnici d’ufficio e da tutti i giudici.

Ebbene, la n. 13328 del 2015 è proprio una di queste poichè offre una lettura di implicazioni pratiche che ci si trova a maneggiare in ogni causa di responsabilità medica.

Andiamo con ordine.

In primo luogo la sentenza ha analizzato il cd. concorso di cause. E, sulla scia di una giurisprudenza ormai abbastanza chiara, ha dichiarato che se una causa concorre insieme alle altre, colui che ne è responsabile ne risponde per l’intero (salvo ipotesi di regresso verso gli altri “colpevoli”). Se invece una causa ha concorso nel danno insieme a fattori naturali, egli ne risponderà, ai sensi dell’art. 41 c.p., ugualmente per l’intero. Questo è uno di quei principi di diritto maggiormente utilizzati soprattutti nella cause di responsabilità medica per decesso del paziente.

Il secondo profilo è quello relativo alle complicanze di un intervento. Quante volte Consulenti Tecnici d’Ufficio hanno escluso la colpa dei sanitari poichè il danno era una complicanza dell’intervento. Ebbene, d’ora in avanti i giudici non potranno più aderire acriticamente a quanto detto dai periti d’ufficio bensì dovranno valutare, caso per caso che il medico per andare esente da condanna ha l’onere di provare in concreto l’esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli è sufficiente che la sussistenza d’una causa di esclusione della colpa possa essere solo astrattamente ipotizzabile”.

Pertanto, cari giudici, d’ora in poi tenete a mente che “al medico convenuto in un giudizio di responsabilità non basta, per superare la presunzione posta a suo carico dall’art. 1218 c.c., dimostrare che l’evento dannoso per il paziente rientri astrattamente nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate “complicanze”, rilevate dalla statistica sanitaria.

Un certo revirement si è avuto su di una locuzione che spesso gli avvocati, soprattutto quelli che non trattano primariamente la materia della responsabilità medica, utilizzano. Ovvero il famigerato risarcimento di tutti i danni subiti e subendi.

La sentenza in epigrafe ha chiarito che “chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l’onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”. Domande di questo tipo, quando non ne sia dichiarata la nullità ex art. 164 c.p.c., non fanno sorgere in capo al giudice alcun obbligo di provvedere in merito al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa”.

Sicuramente questa sentenza sarà una delle più citate in giudizio da parte di noi avvocati.

Cass. 2015, n. 13328

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