Diffamazione aggravata a mezzo internet: competenza del Tribunale penale monocratico (Cass. pen. n.4431/2015)

La pronuncia in esame si occupa di dirimere un conflitto di competenza sollevato dal Tribunale Penale di Roma e sorto tra quest’ultimo e il Giudice di Pace del medesimo foro in ordine alla fattispecie diffamatoria di cui all’articolo 595 c.p. compiuta a mezzo internet.

Il conflitto sorgeva a seguito della dichiarazione di incompetenza resa dal Giudice di Pace in ragione del fatto che, ancorchè la imputazione non contemplasse la contestazione dell’ipotesi aggravata di cui al terzo comma dell’articolo 595 c.p., la stessa dovesse comunque ritenersi integrata tenuto conto che la condotta contestata all’imputato era consistita nella pubblicazione sulla bacheca facebook della persona offesa di un commento a contenuto diffamatorio; ragion per cui, a parere del Giudice di Pace, la condotta incriminata integrava una ipotesi  diffamatoria aggravata, in quanto tale rientrante nella competenza del Tribunale.

Accordando integralmente le argomentazioni proposte dal giudice di Pace, la prima sezione della Corte di Cassazione riconosceva la competenza del giudice superiore, mostrando di aderire all’ormai consolidato orientamento (Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511; 28 ottobre 2011 n. 44126; Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044) secondo cui nella locuzione “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” deve farsi rientrare anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo di una bacheca facebook, in quanto idonea a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone, elemento questo costitutivo della fattispecie in esame.

A questa conclusione la Corte perviene attraverso due condivisibili argomentazioni che tengono conto della natura e della finalità dei social network che rappresentano oggi il più diffuso mezzo di comunicazione e divulgazione di idee o notizie. Il Supremo Collegio, in particolare, osserva dal un lato che “per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso)”; dall’altro che “l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

Con la pronuncia in esame, quindi, la cassazione ha aggiunto un ulteriore e importante tassello nella ricostruzione e nella interpretazione della fattispecie tipizzata al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione, chiarendo che l’utilizzo di internet, e in particolare, di facebook, rappresentano strumenti idonei alla consumazione del reato e, altresì, idonei a cagionare alla persona offesa un maggiore e più diffuso danno proprio in ragione della potenzialità, della idoneità e della capacità di coinvolgere e raggiungere una pluralità indistinta e indiscriminata di persone.

Il requisito della continenza nella critica politica (Cass. 2099/2015)

Con la recente sentenza la Corte di Cassazione dà atto di un suo precedente e costante orientamento in tema di critica politica.

Infatti nella presente pronuncia la Corte afferma che “il requisito della continenza deve essere valutato in riferimento ad espressioni utilizzate nell’ambito della polemica politica e nei confronti di chi svolge funzioni pubbliche a qualunque titolo. L’esercizio del diritto di critica politica può infatti rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti dal soggetto criticato.

Ciò perchè il politico, quale personaggio pubblico, è soggetto ad una critica molto più ampia e feroce rispetto ad un comune cittadino.

Diffamazione: anche se il fatto è vero la sua rievocazione deve essere necessaria e pertinente (Cass. Pen. 475/2015)

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha risolto un interessante caso di diffamazione fra liberi professionisti.

L’antefatto: durante una udienza civile, un avvocato, rivolgendosi al proprio Collega lo ha apostrofato con la frase “e questi sono i risultati, il titolare del tuo studio è un pregiudicato” ricollegandosi effettivamente ad una circostanza vera, ovvero che il legale dominus dello studio legale fosse stato effettivamente condannato per diffamazione a mezzo stampa.

La Corte d’Appello aveva confermato la condanna ritenendo che “le frasi furono quindi pronunciate a scopo puramente denigratorio, per evidenziare la pochezza giuridica e umana della collega Remiddi quale componente di uno studio professionale diretto dal pregiudicato Gutierres”.

La Cassazione, confermando la condanna, ha ritenuto che “il richiamo all’attenzione dei cittadini di un evento screditante quale è una condanna penale deve razionalmente essere compiuto in un contesto che consenta alla rievocazione di intervenire direttamente nella sincronia degli eventi in corso e di suscitare necessaria e pertinente reazione nei destinatari.

Da ciò si desume che, anche in caso di affermazione di un fatto vero, screditante per un soggetto, non è solo l’oggetto della vicenda ad avere rilevanza bensì anche il contesto nel quale tale “offesa” la si porta avanti, richiamandosi alla pertinenza all’interno di un ragionamento.

La sentenza può essere visionata direttamente qui