Tribunale di Pescara: condannata per 900mila€ la clinica Pierangeli per decesso di un paziente

Lo Studio Legale Colletti ha ottenuto una nuova sentenza positiva per un altro caso di responsabilità medica.

Al paziente, ricoverato presso la Casa di cura Pierangeli, nonostante l’anzianità, era stato impropriamente consigliato un intervento chirurgico per un aneurisma dell’aorta addominale.

A seguito dell’intervento, non riuscito, si sono susseguiti altri due interventi riparatori ma, nonostante le cure del caso, il paziente è purtroppo deceduto dopo pochissimi giorni.

La Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice ha verificato tutta una serie di errori medici a partire proprio dalla scelta dell’intervento, nonostante la  palese rischiosità, senza informare preventivamente il paziente che in quel momento lo stesso intervento non era necessario potendo aspettare almeno altri 6 mesi per sottoporsi ad esami comparativi e verificare l’andamento della malattia. Vi era pertanto una lesione del consenso informato.

Secondo il Consulente, inoltre, gli errori hanno riguardato anche la fase pre-operatoria nonchè la fase di esecuzione dell’intervento stesso, avendo utilizzato una tecnica chirurgica errata rispetto le comorbidità del paziente, sottovalutate e che hanno poi portato al fallimento della prima operazione e, quindi, al successivo decesso.

Dimostrato, quindi, il nesso di causalità tra l’intervento ed il decesso il Giudice Unico Dott. Falco ha liquidato i danni, jure proprio ed jure hereditario, secondo le cd. Tabelle di Milano, liquidando agli eredi una somma pari ad € 880.000 di risarcimento.

A questo link è possibile leggere il contenuto della sentenza: Sentenza Trib. Pescara 2073/2016

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Risarcimento del danno: l’eterno ritorno del danno esistenziale

Con una recentissima sentenza della III Sezione della Corte di Cassazione (Relatore Travaglino – n. 7766/2016) è ritornato in auge il “danno esistenziale”, che si pensava oramai perduto nella concentrazione dell’unitarietà del risarcimento, principio indiscusso negli ultimissimi anni della Suprema Corte.

Ed invece siamo ancora qui, per fortuna, a dibattere della duplicità di prospettiva del danno morale, una prospettiva interiore ed una esteriore. La prima va ad analizzare la cd. sofferenza interiore, ovvero la relazione del soggetto con sé stesso e con l’idea di sé, mentre la seconda, il cd. danno esistenziale, va ad incidere nel radicale sconvolgimento della dimensione della vita quotidiana, e cioè di quel rapporto dell’essere umano con la realtà esterna.

Giustamente la sentenza, andando anche ad analizzare le prospettive di riforma presente nel Ddl Concorrenza in discussione al Senato, limita tale duplicità di danno solo laddove si sia in presenza di casi particolari e gravissimi, o per meglio dire “eccezionali” rispetto alla normalità del danno alla persona.

Ed è proprio l’eccezionalità un requisito che pone e porrà dubbi interpretativi alla futura giurisprudenza di merito.

Analizzando la sentenza, infatti, il danno esistenziale difficilmente potrà essere inquadrato, ad es., nei danni ai soggetti macrolesi dalla nascita, proprio perché manca uno dei requisiti fondamentali, ovvero l’impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno cd. esistenziale, in tali sensi rettamente inteso, ovvero, se si preferisca un lessico meno inquietante, il danno alla vita di relazione)” (par. 2.3 della sentenza).

Ed anzi, forse impropriamente ed anche fungendo da monito alle istanze assicurative delle lobby, anche parlamentari, che vogliono diminuire il danno alla persona, la stessa sentenza indica che, mentre secondo quel medesimo disegno di legge il danno esistenziale avrà un limite massimo di aumento personalizzabile (il 30%), il cd. danno morale interiore non si vedrà sottoposto a tale limite, essendo possibile un suo aumento indiscriminato, ma sempre nell’alveo dell’equitatività.

Se vi è un insegnamento che tale sentenza vuole fornire ai spesso distratti giudici di merito è quello di non arrivare mai ad un calcolo immotivato ed automatico sulla personalizzazione del danno ma alla necessità di verificare caso per caso, e se possibile anche attraverso testimonianze ed allegazioni, il vero danno patito, al fine di arrivare ad un pieno ed integrale risarcimento del danno.

Cass. civ. 2016, n. 7766

Come calcolare il Danno Biologico del defunto (Cass. n. 679/2016)

La recente sentenza della Suprema Corte n. 679/2016 torna su un punto dibattuto soprattutto nella giurisprudenza di merito, ovvero su come debba essere calcolata la liquidazione monetaria del danno biologico del paziente, deceduto successivamente per cause non collegabili alla malpractice medica.

Quest’ultima sentenza continua sulla scia dei precedenti giurisprudenziali (Cass. civ. 30 ottobre 2009, n. 23053) secondo cui l’ammontare del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono iure successionis va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva. E’ fuor di dubbio che una tale previsione provoca una diminuzione drastica della liquidazione risarcitoria, nel caso di specie vi è una riduzione di addirittura 4/5 di quanto previsto dalle Tabelle di Milano ma, d’altro canto, si adegua al principio base del risarcimento dell’effettivo danno subito e non di quello presunto.

Sentenza Cassazione civile n. 679/2016

Cos’è una “complicanza” di intervento? Ce lo dice la Cass. n. 13328/2015

Ci sono sentenze che dovrebbero essere studiate a memoria da tutti i consulenti tecnici d’ufficio e da tutti i giudici.

Ebbene, la n. 13328 del 2015 è proprio una di queste poichè offre una lettura di implicazioni pratiche che ci si trova a maneggiare in ogni causa di responsabilità medica.

Andiamo con ordine.

In primo luogo la sentenza ha analizzato il cd. concorso di cause. E, sulla scia di una giurisprudenza ormai abbastanza chiara, ha dichiarato che se una causa concorre insieme alle altre, colui che ne è responsabile ne risponde per l’intero (salvo ipotesi di regresso verso gli altri “colpevoli”). Se invece una causa ha concorso nel danno insieme a fattori naturali, egli ne risponderà, ai sensi dell’art. 41 c.p., ugualmente per l’intero. Questo è uno di quei principi di diritto maggiormente utilizzati soprattutti nella cause di responsabilità medica per decesso del paziente.

Il secondo profilo è quello relativo alle complicanze di un intervento. Quante volte Consulenti Tecnici d’Ufficio hanno escluso la colpa dei sanitari poichè il danno era una complicanza dell’intervento. Ebbene, d’ora in avanti i giudici non potranno più aderire acriticamente a quanto detto dai periti d’ufficio bensì dovranno valutare, caso per caso che il medico per andare esente da condanna ha l’onere di provare in concreto l’esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli è sufficiente che la sussistenza d’una causa di esclusione della colpa possa essere solo astrattamente ipotizzabile”.

Pertanto, cari giudici, d’ora in poi tenete a mente che “al medico convenuto in un giudizio di responsabilità non basta, per superare la presunzione posta a suo carico dall’art. 1218 c.c., dimostrare che l’evento dannoso per il paziente rientri astrattamente nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate “complicanze”, rilevate dalla statistica sanitaria.

Un certo revirement si è avuto su di una locuzione che spesso gli avvocati, soprattutto quelli che non trattano primariamente la materia della responsabilità medica, utilizzano. Ovvero il famigerato risarcimento di tutti i danni subiti e subendi.

La sentenza in epigrafe ha chiarito che “chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l’onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”. Domande di questo tipo, quando non ne sia dichiarata la nullità ex art. 164 c.p.c., non fanno sorgere in capo al giudice alcun obbligo di provvedere in merito al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa”.

Sicuramente questa sentenza sarà una delle più citate in giudizio da parte di noi avvocati.

Cass. 2015, n. 13328

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Danno da nascita indesiderata: può esistere il diritto a nascere solo se sani?

Dopo un lungo contrasto la parola finale (almeno per ora) l’hanno messa le Sezioni Unite, deputate a decidere sul contrasto giurisprudenziale sul seguente quesito: il nascituro può reclamare il risarcimento del danno da nascita indesiderata?

In realtà il profilo della sentenza è duplice. Infatti nella presente causa i genitori avevano chiesto sia il risarcimento jure proprio – allegando il fatto che, se fossero stati messi a conoscenza dei problemi del nascituro, la madre non avrebbe portato a termine la gravidanza – sia il risarcimento come esercenti la potestà genitoriale della figlia allegando il fatto che si avrebbe un diritto a nascere “solo se sani” (chiedo scusa della volgarizzazione).

Pur non essendo d’accordo su alcuni passaggi delle Sezioni Unite che fanno emergere, attraverso l’uso di alcune parole, una forma non tanto velata di conservatorismo o “morale”, non si può che essere d’accordo invece sulla mancata titolarità, in capo al nascituro, di nascere solo se sani ovvero di poter richiedere un risarcimento in caso di nascita indesiderata a causa di processi morbosi non dipendenti da un fatto umano.

Più che il richiamo a principi giuridici credo ci si debba richiamare alla pura logica: attraverso un giudizio contrafattuale qualora la madre avesse deciso di non portare a termine la gravidanza non vi sarebbe stato nessun soggetto reclamante. Diverso, invece, sarebbe stato il caso di un nascituro con danni gravi riconducibili, però, al fatto colposo umano, da cui discende, ovviamente, il risarcimento del danno. Infatti la Corte non nega tout court la legittimazione ad agire del nato per fatti colposi accaduti ancora prima della nascita.

Da un punto di vista pratico-giuridico trovo, in verità, molto più interessante l’altro profilo che riguarda essenzialmente il regime della prova: quale dimostrazione deve poter dare la madre per dimostrare che non avrebbe partorito conoscendo le gravi anomalie del feto/nascituro? Sebbene tale regime sia ormai pacifico nella giurisprudenza di legittimità, purtroppo i giudici di merito, vuoi per carenze motivazionali, vuoi per mancata conoscenza concreta della materia, spesso non riescono ad utilizzare efficacemente tali principi di diritto.

Infatti bisogna partire dal presupposto che, se non esistessero le presunzioni semplici, alcuni tipi di prova assurgerebbero a delle prove diaboliche, ovvero impossibili da dare.

Come si potrebbe dimostrare che, se messi a conoscenza delle anomalie genetiche del feto, si sarebbe rifiutata la gravidanza? Sarebbe molto più semplice fornire la prova contraria attraverso la dimostrazione (o allegazione) di un forte sentimento religioso che porta a rifiutare l’aborto.

Sul punto, infatti, giustamente, la Sezioni Unite hanno accolto il ricorso poichè la Corte d’Appello, così come il Tribunale, non ha utilizzato il sistema delle cd. presunzioni semplici, ovvero una prova presuntiva da desumersi in base ai fatti allegati nonchè allre gole statistiche dei casi concreti, ciò che la Corte definisce praesumptio hominis, “che consiste nell’inferenza del fatto ignoto da un fatto noto, sulla base non solo di correlazioni statisticamente ricorrenti […] ma anche di circostanze contingenti, eventualmente anche atipiche, emergent dai dati istruttori raccolti”.

Questa sarà una sentenza che farà discutere, mettendo contro i cd. progressisti con i cd. conservatori. Ma a mio modo di vedere questa non poteva che essere la conclusione.

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Cass. Sez. Un. 2015, n. 25767

Malasanità. Responsabilità medica e onere della prova. Il paziente deve allegare l’inadempimento qualificato (Tribunale civile di Roma, sentenza del 30.04.2015)

Con la sentenza in commento il Tribunale di Roma, al fine di chiarire ulteriormente la consistenza dell’onere della prova delle parti nei giudizi aventi ad oggetto la responsabilità medico-sanitaria, ha fissato il principio secondo cui è “onere del presunto danneggiato (di) indicare non genericamente quale sia l’inadempimento qualificato che si addebita al medico e/o alla struttura nosocomiale”.

Molto interessante segnalare l’iter argomentativo attraverso il quale il Giudice giunge ad affermare tale principio e, più in particolare, la completezza e l’esaustività utilizzata nel descrivere il quadro normativo e giurisprudenziale che caratterizza la materia della responsabilità medica con stretto riferimento al delicato profilo dell’onere della prova.

Sul punto, il Tribunale osserva come la tormentata evoluzione della disciplina, ben lungi dall’essere compiuta, si collochi “in un contesto sociale in fase di trasformazione, nel quale l’opinione pubblica si è andata sempre più sensibilizzando alle problematiche afferenti alla tutela della salute, anche sulla scia di eventi e casi gravi ed eclatanti, portati alla ribalta dai media, nei quali disfunzioni, ritardi ed errori delle strutture e degli operatori sanitari hanno contribuito ad alimentare un clima di crescente sospetto sul funzionamento e sulla affidabilità del sistema sanitario del Paese”.

Sulla base di tale valutazione, esprime senza reticenza alcuna la sua critica nei confronti dell’assenza dei Governi e dei Legislatori la cui opera, ove resa, ha avuto il demerito di provocare l’esponenziale crescita della c.d. medicina difensiva nonché l’intasamento delle aule di giustizia per il proliferare di cause giudiziarie infondate o di natura meramente esplorativa.

Su queste premesse, mettendo in luce che l’esigenza di tutelare il paziente deve essere adeguatamente contemperata con quella di non aggravare eccessivamente il compimento dell’atto medico e delle prestazioni sanitarie, considerata la loro rilevanza sociale, afferma, nel pieno rispetto della normativa in vigore (art. 2697 c.c.) e in omaggio all’orientamento giurisprudenziale emerso dalle Sezioni Unite Civili, con sentenza dell’11 gennaio 2008 n. 577, il principio secondo cui il creditore/paziente che agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni non può dedurre un inadempimento generico, ma deve allegare un inadempimento qualificato, nel senso di “astrattamente efficiente alla produzione del danno”. In altri termini, deve indicare “specificamente la mancata guarigione o l’aggravamento della patologia di ingresso ed i profili di inadempimento del medico e/o della struttura nosocomiale”. Compete, al contrario, al debitore/medico – struttura sanitaria dimostrare che “l’inadempimento non c’è stato, ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie eziologicamente rilevante nella produzione del danno”.

Per quanto concerne il nesso causale, ripercorrendo il solco tracciato dalla citata sentenza delle Sezioni Unite, ha ribadito che esso si considera sussistente laddove “in mancanza della condotta sanitaria censurabile (ovvero in presenza di una condotta più appropriata ed omessa) i risultati sarebbero stati diversi e migliori (per il paziente) secondo il principio del più probabile che non”.

In applicazione dei richiamati principi, il Tribunale, preso atto della non specificità della allegazione dell’attore, che lamentava inefficienza, inadeguatezza e grave ritardo nella somministrazione delle cure da parte dei sanitari, ha ritenuto non soddisfatto il suo onere di indicare in modo specifico l’inadempimento qualificato e, per l’effetto, ne ha rigettato la domanda.

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RCAuto: la Consulta dichiara la legittimità costituzionale delle tabelle sul risarcimento del danno biologico (Corte Costituzionale, sentenza n. 235/2014).

La sentenza in esame riveste una notevole importanza nell’ambito del diritto assicurativo. Con questa pronuncia, infatti, la Corte Costituzionale ha stabilito che le tabelle sul risarcimento del danno biologico in riferimento alle cd. micropermanenti non sono incostituzionali.

In particolare, ha dichiarato infondate le questioni di legittimità sollevate da numerosi Tribunali (i cui ricorsi sono stati riuniti per identità dell’oggetto), e ha chiarito ogni dubbio interpretativo che per lungo tempo ha animato un acceso dibattito dottrinale circa la legittimità dell’articolo 139 del Codice delle Assicurazioni.

Numerose le questioni analizzate nella lunga e articolata pronuncia, di cui la più importante concerne, senza dubbio, la confermata validità della scelta del legislatore nello stabilire diversi e specifici criteri per la determinazione del risarcimento del danno biologico per lesioni lievi, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli e dei natanti.

Secondo la Corte, l’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, che ha introdotto il meccanismo tabellare di risarcimento del danno esclusivamente per tale tipologia di lesioni, è pienamente conforme alla Costituzione in ragione del fatto che la peculiare regolamentazione del regime differenziato nel settore RCauto ivi prevista è giustificata dall’obbligatorietà della copertura assicurativa che, diversamente dagli altri settori, offre una maggiore tutela ai danneggiati consistente in una sicura garanzia dal rischio di insolvenza del debitore.

In ragione di ciò, la Corte esclude nettamente un contrasto dell’art. 139 Cod. Ass. con l’art. 3 della Costituzione osservando che «la prospettazione di una disparità di trattamento − che, in presenza di identiche (lievi) lesioni, potrebbe conseguire, in danno delle vittime di incidenti stradali, dalla applicazione della normativa impugnata, in quanto limitativa di una presunta maggiore tutela risarcitoria riconoscibile a soggetti che quelle lesioni abbiano riportato per altra causa − è smentita dalla constatazione che, nel sistema, la tutela risarcitoria dei danneggiati da sinistro stradale è, viceversa, più incisiva e sicura, rispetto a quella dei danneggiati in conseguenza di eventi diversi». Infatti – prosegue – «solo i primi, e non anche gli altri, possono avvalersi della copertura assicurativa, ex lege obbligatoria, del danneggiante – o, in alternativa, direttamente di quella del proprio assicuratore – che si risolve in garanzia dell’an stesso del risarcimento».

In altri termini, Il Giudice delle Leggi “compensa” la minore consistenza del risarcimento del danneggiato da un sinistro stradale con la certezza della soddisfazione del suo credito che è sempre possibile – anche in caso di mancanza o scopertura assicurativa del veicolo danneggiante – potendo egli anche attingere al Fondo di Garanzia per le vittime della strada, cui concorrono ex lege le compagnie assicuratrici, perseguendo anche fini solidaristici. Tale forte tutela risarcitoria, ovviamente, va ad incidere sui premi assicurativi a carico dell’assicurato, circostanza questa che – precisa la Corte – rende «ancor più equo e corretto il meccanismo tabellare di risarcimento del danno introdotto dall’art. 139 del Cod. Ass.» sul presupposto che «l’interesse risarcitorio particolare del danneggiato deve comunque misurarsi con quello, generale e sociale, degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi».

A corredo della sua argomentazione, e soprattutto, della giustezza della decisione adottata, richiama il contenuto del comma 3 dell’art. 139 che riconosce al giudice la possibilità di aumentare fino ad un quinto l’importo liquidabile ai sensi del precedente comma 1, con «equo e motivato apprezzamento» e tenendo conto, «delle condizioni soggettive del danneggiato», consentendogli, dunque, di adeguare il quantum del risarcimento al caso concreto.

Con la sentenza in oggetto, la Consulta offre anche altri importanti chiarimenti.

Dichiara la piena retroattività della disciplina normativa esaminata anche ai sinistri occorsi prima della entrata in vigore della legge, osservando che dette disposizioni, in quanto non attinenti alla consistenza del diritto al risarcimento delle lesioni in questione, bensì solo al momento successivo del suo accertamento in concreto, vanno conseguentemente applicate anche ai giudizi in corso.

Infine, un’altra importante questione esaminata dalla Corte concerne la lamentata “non prevista liquidabilità del danno morale nell’art. 139 del Codice delle Assicurazioni”. Sul punto, richiamando la nota sentenza delle SS. UU. 26972/ 2008, ribadisce che «il danno morale − e cioè la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale, nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato − rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente», con facoltà, comunque, del Giudice di avvalersi della possibilità di incremento del citato dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione, e nei limiti, di cui alla disposizione del comma 3 art. 139.

In applicazione dell’orientamento richiamato, la Corte conclude che il danno morale non potrà essere liquidato come autonoma voce di danno, spettando al Giudice di merito tenere conto delle sofferenze soggettive patite dalla vittima, aumentando caso per caso la liquidazione del danno biologico soltanto ove il danneggiato dimostri di avere patito in conseguenza delle lesioni un nocumento particolare.

Malasanità. Danno patrimoniale futuro come rendita vitalizia. Ammessa la risarcibilità del danno da lesione parentale a congiunto non convivente (Trib. Milano, Sentenza 27.012015)

La sentenza in commento, resa dalla prima sezione del Tribunale di Milano in materia di responsabilità medica, si segnala per l’importanza delle innumerevoli questioni affrontate in punto di risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, subito da una paziente vittima di una lesione macropermanente e dai suoi prossimi congiunti.

I passaggi maggiormente interessanti e che in questa sede si è deciso di approfondire concernono due profili: il risarcimento del danno patrimoniale “futuro” subito dalla vittima e la scelta di liquidarlo mediante la costituzione di “rendita vitalizia”; la ritenuta risarcibilità del danno parentale non patrimoniale patito da un prossimo congiunto (nel caso di specie, il fratello) ancorchè “non convivente”.

Con riferimento al primo profilo, il Tribunale Milanese, richiamando Cass. 10072/2010, ha dapprima precisato che il danno patrimoniale “futuro” consiste nella “rilevante probabilità di conseguenze pregiudizievolie, in quanto tale, è “immediatamente risarcibile quante volte l’effettiva diminuzione patrimoniale appaia come il naturale sviluppo di fatti concretamente accertati ed inequivocabilmente sintomatici di quella probabilità, secondo un criterio di normalità fondato sulle circostanze del caso concreto”. Successivamente, ha concluso per la sussistenza nel caso di specie (che riguardava una grave lesione celebrale da anossia provocata durante l’intervento), di tale voce di danno stabilendo che il rimborso di tutte le spese da sostenersi per l’assistenza futura doveva essere liquidato e corrisposto ai sensi dell’art. 2057 c.c. attraverso la costituzione ad opera dell’ente ospedaliero di una rendita vitalizia (art. 1872 c.c.) a favore del danneggiato.

Proprio nella scelta inusuale di liquidare il risarcimento patrimoniale futuro sotto forma di costituzione di una rendita vitalizia consiste uno dei tratti maggiormente significativi della pronuncia del Tribunale di Milano che, con questa decisione, adottata sulla base della “oggettiva gravità della situazione di BC, (del) carattere permanente del danno e (del)l’impossibilità di stabilire, in modo oggettivo, una durata presumibile della vita dell’attrice”, si è distinta dalla quasi totalità dei Tribunali che in casi analoghi sono normalmente più propensi a condannare il responsabile civile al pagamento del danno patrimoniale futuro capitalizzandolo al momento della sentenza.

Con riferimento al secondo profilo, ossia quello concernente il diritto ad essere risarcito del danno parentale non patrimoniale (morale) a favore dei congiunti non compresi nella “famiglia nucleare”, il Tribunale, ha dapprima chiarito il significato di tale voce di danno. A tal fine ha richiamato l’orientamento della Suprema Corte secondo cui “affinchè ricorra la tipologia del danno per lesione del rapporto parentale è necessario che la vittima abbia subito lesioni seriamente invalidanti e che si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini dei superstiti, tali da imporre scelte di vita radicalmente diverse (cfr. Cass. 8827/2003 e, più recentemente, Cass. 25729/2014), e ha specificato che “il fatto illecito, (…) dà luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare”.

In applicazione dei richiamati principi, e senza negare operatività alla regola secondo cui la convivenza vada intesa “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali” (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2012, n. 4253; conf. Cass. civ., sez. III, 23 giugno 1993, n. 6938), il Tribunale ha tuttavia stabilito che il requisito della convivenza debba essere inteso quale “elemento puramente indiziario superabile alla presenza di dati concreti ben più significativi, tutti dimostrati nel caso di specie”.

Coerentemente con le valutazioni espresse, il Giudice ha accordato tale diritto al risarcimento anche ad un fratello della vittima, ancorchè “non convivente”, sul presupposto della ritenuta sussistenza di un fortissimo legame affettivo deducibile da una serie di elementi concreti (nella fattispecie, la circostanza che questi, all’epoca dei fatti, pur risiedendo e lavorando negli Stati dagli Stati Uniti, decideva di tornare in Italia e di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente all’accudimento della sorella, in favore della quale, peraltro, prestava anche l’ufficio di amministratore di sostegno).

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Responsabilità medica e consenso informato: il buon esito di un intervento non compensa la “perdita” del paziente di valutare un’alternativa (Cass. Civile n. 12205/2015).

Con la sentenza in commento la Cassazione è tornata ad occuparsi di responsabilità medica con particolare riguardo alla fonte, alla struttura e alle connesse implicazioni del diritto al consenso informato, fissando il principio secondo cui possono esservi danni risarcibili anche nel caso in cui l’atto medico non assentito non abbia recato danno alla salute del paziente.

Questa conclusione è dettata dal carattere plurioffensivo dell’inadempimento dell’obbligazione di acquisire il consenso informato che è suscettibile di ledere due entità ben distinte: il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione terapeutica.

Da queste premesse deriva che l’esito, anche positivo, dell’atto medico sulla salute del paziente e dunque la non configurabilità di una violazione del relativo diritto, non esclude la lesione del diritto all’autodeterminazione, da intendersi come un vero e proprio diritto inviolabile della persona, costituzionalmente tutelato dagli artt. 2, 13 e 32, e la cui violazione è suscettibile di produrre autonomi danni-conseguenza non patrimoniali, ben diversi dalla menomazione dell’integrità psico-fisica della persona e, in quanto tali, autonomamente risarcibili rispetto a quest’ultima.

Il principio su esposto è stato elaborato nella vicenda che interessava un chirurgo che, dopo aver informato e ottenuto il consenso della paziente in merito ad un intervento di “asportazione di cisti ovarica”, sulla base di un referto istologico che aveva indotto una diagnosi di adenocarcinoma, ne aveva eseguito, senza ottenerne un nuovo consenso, uno completamente diverso, e ben più radicale, consistente in “una laparotomia, una isterectomia totale, una anessectomia bilaterale, una appendicectomia ed omentectonia”. Ancorchè l’intervento fosse stato eseguito in modo ineccepibile, determinando la guarigione della paziente, quest’ultima lamentava che tale l’esito terapeutico fausto le avesse, tuttavia, comportato il sacrificio, del tutto inconsapevole (anche se inevitabile da un punto di vista tecnico), di vari organi interni e della sua stessa capacità riproduttiva. Per tali ragioni agiva in giudizio per il risarcimento dei danni patiti.

Non trovando la sua richiesta accoglimento né in primo, nè in secondo grado, sul presupposto che, a parere dei giudici di merito, dovesse escludersi che le denunciate menomazioni, indispensabili ai fini della sua guarigione, potessero rappresentare una “conseguenza dannosa immediata e diretta della condotta inadempiente dei sanitari” (e dovendosi, al contrario, ritenere che l’intervento avesse sortito un miglioramento del suo stato di salute), la stessa invocava l’intervento della Cassazione.

I Supremi giudici, in parziale accoglimento del ricorso, ribadiscono che “la possibilità di scegliere di non sottoporsi all’intervento è una eventualità che è preservata dal diritto al consenso informato”, un diritto consistente “nella facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla in tutte le fasi della vita, ivi compresa quella terminale”, con la conseguenza che se il paziente viene sottoposto ad un intervento su cui non ha espresso preventivamente il suo consenso, il buon esito non è di per se idoneo e sufficiente ad eliminare i danni conseguenti poiché “il beneficio tratto dall’esecuzione dell’intervento in queste ipotesi non ‘compensa’ la perdita della possibilità di eseguirne uno meno demolitorio e nemmeno uno che, se eseguito da altri, avrebbe provocato meno sofferenza.

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Sezioni Unite: il danno da morte immediata non è risarcibile (Cass. SS.UU. n. 15350/2015)

Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis.

Questo è l’ultimo arresto delle Sezioni Unite in tema di danno c.d. tanatologico, una tipologia di danno con cui si intende far riferimento a quel particolare pregiudizio che incide direttamente sul bene “vita” e si verifica nei casi di morte immediata o a breve distanza dal momento della lesione.

La pronuncia trae origine da una ordinanza di rimessione della terza sezione, con la quale è stato segnalato sul tema in esame un contrasto interpretativo tra la sentenza n. 1361 del 2014 e il precedente e risalente orientamento giurisprudenziale.

Secondo un consolidato orientamento – minuziosamente ripercorso dalle Sezioni Unite attraverso puntuali richiami alle singole pronunce e dichiaratamente da esse condiviso – nel caso appena descritto non si potrebbe invocare un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis in ragione del fatto che “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto” (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475). Tale orientamento, osserva la Corte, ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 al punto da poter definirlo “costante” nella giurisprudenza di legittimità.

Con la pronuncia in commento, le Sezioni Unite danno, dunque, continuità a questa ricostruzione esegetica – peraltro dichiarata conforme agli orientamenti della giurisprudenza Europea con la sola eccezione di quella portoghese – non ritenendo essere state dedotte ragioni convincenti tali da giustificarne un superamento.

In proposito, il Supremo Collegio osserva come, diversamente dalla responsabilità penale, ancorata ad una logica sanzionatoria e retributiva del colpevole, in ambito civilistico prevale un’esigenza reintegratoria e riparatoria, funzionale al ristoro del pregiudizio patito della vittima dell’illecito.

In ragione di ciò, poiché “una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

A completamento dell’argomentazione la Corte precisa che secondo la giurisprudenza costituzionale (Corte cost. n. 132 del 1985, n. 369 del 1996, n. 148 del 1999) il principio dell’integrale risarcibilità di tutti i danni non ha copertura costituzionale ed è quindi compatibile con l’esclusione del credito risarcitorio conseguente alla stessa struttura della responsabilità civile dalla quale deriva che il danno risarcibile non può che consistere che in una perdita che richiede l’esistenza di un titolare, ossia di un soggetto che tale perdita subisce.