Il regime prescrizionale alla luce della nuova Legge sulla responsabilità medica

Il 17 marzo 2017, con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 64, è entrato ufficialmente in vigore il nuovo testo di legge sulla responsabilità medica, civile e penale (il cd. ddl Gelli).

Ciò che ci preme verificare con il presente articolo è cosa cambia nei riguardi del cittadino/danneggiato per quanto riguarda il regime prescrizionale, ovvero il tempo entro cui si possono far valere i propri diritti.

Partiamo dall’assunto che, in linea generale, la prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui “il diritto può essere fatto valere” (art. 2935 c.c.) mentre, per ciò che riguarda la responsabilità aquiliana il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il «fatto si è verificato» (art. 2947, 1° comma, c.c.).

In realtà, soprattutto quando parliamo di responsabilità medica, ed in particolar modo per i danni cd. lungolatenti – ma non solo – la giurisprudenza ha inteso allargare il regime prescrizionale classico, prevedendo che la prescrizione inizi a decorrere “dal momento in cui (la malattia) viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche” (Cass. SS.UU., n. 583/208).

Pertanto per la decorrenza della prescrizione non si tiene conto solo di un fattore “oggettivo” quale l’esternalizzazione di una malattia, ma anche un fattore “soggettivo” quale la riferibilità della malattia come conseguenza di un comportamento altrui.

Premesso questo, ed alla luce della nuova legge, cosa è cambiato?

Nei riguardi della responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria in regime privatistico nulla. Si applica sempre la prescrizione decennale ex art. 2935 cod. civ., così come allargata, comunque, dalla giurisprudenza ormai costante della Suprema Corte.

Ciò che principalmente cambia è, invece, la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria (medico o infermiere) inquadrato all’interno di una struttura pubblica o privata.

Secondo la nuova legge si applica la prescrizione da responsabilità aquiliana, ovvero quella quinquennale in luogo della decennale.

In verità, vertendosi comunque in un danno da “reato” (omicidio colposo, lesioni colpose) non si applicherebbe la prescrizione quinquennale più favorevole bensì la prescrizione ordinaria minima per i reati, ovvero, in questo caso, di sei anni in base all’art. 157 c.p.: “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto”.

Ovviamente in ambito civile qualsiasi atto interruttivo fa iniziare a decorrere la prescrizione dall’inizio e, in ogni caso, il consiglio sarebbe comunque quello di procedere ad una formale diffida e messa in mora in modo da assicurarsi, comunque, la possibilità di esercitare i propri diritti anche in un tempo più lungo.

Corte di Giustizia Europea: le clausole vessatorie possono essere rilevate in ogni fase e grado del procedimento

«La direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento di valutare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, ove l’autorità investita della domanda d’ingiunzione di pagamento non sia competente a procedere a una simile valutazione».

Detto in altri termini: il giudice deve potere rilevare la presenza di una eventuale clausola abusiva ai danni del consumatore anche in fase esecutiva, non ostando a ciò neppure l’autorità di cosa giudicata del titolo esecutivo.

È questo il principio affermato dalla Prima Sezione della Corte di Giustizia Ue, con sentenza del 18 febbraio, causa C-49/14, resa all’esito di un rinvio pregiudiziale circa la conformità dell’ordinamento processuale spagnolo, e in particolare del procedimento d’ingiunzione, ai contenuti della Direttiva 93/13/CEE del 5 aprile 1993 concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, ossia le clausole che prevedono condizioni contrattuali vantaggiose per il professionista che le predispone e sfavorevoli per il consumatore che le subisce. Obiettivo della direttiva era quello di predisporre a favore del consumatore-contraente debole, effettivi strumenti di tutela per riequilibrare la fisiologica asimmetria del rapporto contrattuale con il professionista: una tutela, dunque, non solo formale ma anche, e soprattutto, sostanziale.

Il nostro ordinamento ha dato esecuzione alla direttiva in esame dapprima con l’introduzione, nel titolo II (Dei contratti in generale) del libro IV (Delle obbligazioni) del codice civile, ad opera dell’art. 25 della legge 6 febbraio 1996, n. 52, del capo XIV-bis, intitolato “Dei contratti del consumatore”; successivamente, con l’adozione del D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, meglio noto come “Codice del consumo”, che ha predisposto una specifica disciplina dei contratti conclusi fra un imprenditore (definito “professionista“) e un consumatore.

Si tratta, in buona sostanza, di quei contratti in cui il rapporto sorge tra una “parte debole”, il privato cittadino che intrattiene un rapporto che non riguarda la sua attività professionale, e il “professionista”, che in questo contesto prende le vesti di qualunque persona, fisica o giuridica, che conclude il contratto nell’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, ed è pertanto considerato “la parte forte” (per il mutuo, la banca o l’istituto di finanziamento riconosciuto).

Delle clausole potenzialmente vessatorie è fornita una lista “non tassativa” nell’articolo 33, comma 2, che ne presume vessatorie, fino a prova contraria, molteplici tipologie. Tra le diverse ipotesi enucleate dalla norma rilevano, in particolare, le clausole volte ad escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di danno (o morte) alla persona del consumatore dovuta ad un’azione o omissione dello stesso; le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista in caso di inadempimento (totale o parziale) o di adempimento inesatto; l’opportunità da parte del consumatore della compensazione di un debito nei confronti del professionista con un credito vantato nei confronti di quest’ultimo. Rilevano, altresì, le clausole volte a prevedere un impegno da parte del consumatore subordinando, viceversa, l’esecuzione della prestazione del professionista ad una condizione dipendente unicamente dalla sua volontà; riconoscere solo al professionista la facoltà di recedere dal contratto e consentirgli di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore in caso di recesso o mancata conclusione del contratto da parte di quest’ultimo (senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma, laddove sia quest’ultimo a non concludere il contratto o a recedere); consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa (ecc.).

Se le clausole previste al comma 2 dell’articolo 33 rappresentano esempi utili ad orientare il giudice e gli operatori del diritto, nulla vieta loro di poter qualificare vessatorie anche tutte quelle ulteriori clausole che, pur non contenute nell’elenco, alterano significativamente l’equilibrio contrattuale. In tal senso si legga il comma 1 dell’articolo 33 che, definendo vessatorie «le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto», collega la loro abusività non più al dato formale della mancata specifica loro sottoscrizione da parte dell’aderente, bensì al “significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”. Una valutazione da fare caso per caso, tenendo conto dell’intero contenuto del contratto e, dunque, della previsione o meno di qualche contrappeso che possa escludere lo squilibrio.

È chiaro, dunque, che la tutela del consumatore predisposta dal Codice del Consumo ha carattere eminentemente sostanziale in quanto permette al giudice, diversamente dal passato, di procedere ad una valutazione più approfondita e pregante, potendo egli sindacare il contenuto di ogni singolo contratto alla luce non solo di clausole che, rientrando nell’elenco di cui al comma 2 dell’art. 33, sono formalmente qualificate vessatorie, ma anche di quelle che, non presentando alcun contrappeso nel regolamento contrattuale, ne alterano oggettivamente e sostanzialmente l’equilibrio sinallagmatico a danno del consumatore. Sempre in tema di clausole abusive, inoltre, la legge, anche in omaggio al principio di conservazione degli atti, prevede che il giudice commini, su richiesta del consumatore, la nullità delle clausole abusive mantenendo, per la restante parte, il contratto valido ed efficace.

Quello delle clausole abusive nei contratti conclusi fra professionisti e consumatori e della tutela effettiva da assicurare a questi ultimi, è un argomento su cui la Corte europea ha sempre mostrato particolare sensibilità e attenzione. Lo dimostra una sua precedente pronuncia con cui ha stabilito che «nell’ambito di un procedimento d’ingiunzione di pagamento, laddove il consumatore non abbia proposto opposizione, il Giudice, ove disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine, deve esaminare anche d’ufficio la natura abusiva di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore» (sentenza Banco Español de Crédito, C 618/10, EU:C:2012:349).

È chiaro, dunque, che con la pronuncia del 18 febbraio 2016, causa C-49/14 la Prima sezione della Corte di Giustizia, riconoscendo al giudice il potere di esercitare d’ufficio un controllo in ogni fase, ha aggiunto un altro importante tassello alla tutela del consumatore vessato. Pur ricordando che le modalità di attuazione del principio dell’autorità di cosa giudicata rientrino nella competenza dell’ordinamento giuridico interno degli Stati membri in virtù del principio dell’autonomia procedurale di questi ultimi, i giudici europei hanno tuttavia precisato che tali modalità devono soddisfare la doppia condizione di non essere meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni analoghe soggette al diritto nazionale (principio di equivalenza) e di non rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti attribuiti ai consumatori dal diritto dell’Unione (principio di effettività).

Nella fattispecie, occorre osservare che lo svolgimento e le peculiarità del nostro procedimento d’ingiunzione di pagamento sono tali che tale procedimento è chiuso senza possibilità che venga eseguito a posteriori un controllo dell’esistenza di clausole abusive in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore. Un simile regime processuale rischia di vanificare, o comunque, compromettere l’effettività di tutela del consumatore voluta dalla direttiva 93/13. Il nostro sistema processuale, così come quello di quasi tutti gli Stati europei, è infatti, caratterizzato da preclusioni, ossia da “tempi limite” oltre i quali determinate eccezioni non possono essere sollevate, con l’effetto di sanare l’eventuale vizio.

Ebbene, secondo la Corte di Giustizia, queste regole non possono valere sempre. E non valgono quando è in gioco l’interesse del consumatore nei rapporti con un soggetto forte come la banca che impone i suoi contratti standard senza possibilità per il mutuatario di intervenire sul testo, modificandolo o personalizzandolo alle proprie esigenze. Per questi casi la Corte stabilisce che la presenza di clausole abusive deve poter essere rilevata in qualsiasi fase del procedimento, dall’iniziale istanza di decreto ingiuntivo alla fase ultima della vendita forzata con l’asta, essendo contrarie al diritto dell’Unione Europea eventuali regole interne agli Stati che pongano una preclusione oltre la quale il consumatore non può più contestare la validità del finanziamento, eccependo la nullità del contratto.

Tutto ciò comporta due importanti conseguenze pratiche: in primo luogo, il giudice nazionale deve fare un primo e generale vaglio sulla legittimità del contenuto del contratto verificando già all’atto della richiesta del decreto ingiuntivo, ancorchè la legge non lo prescriva espressamente, la regolarità del contratto e, dunque, l’assenza di clausole abusive e vessatorie (si pensi al caso di interessi anatocistici, interessi superiori a quanto disposto dalla legge, rinuncia a garanzie, ecc.). In secondo luogo, all’atto dell’esecuzione forzata, in sede cioè di pignoramento e vendita forzata, il giudice ogni qual volta riconosca che nel merito il contratto presenti clausole abusive e vessatorie, deve annullare il contratto, e quindi stoppare la vendita all’asta, non potendo invocare regole procedurali che stabiliscano, eventualmente, la sua incompetenza a pronunciarsi su questioni relative al merito del credito.

Alla luce di tali argomentazioni, è interessante capire quali saranno le ripercussioni della sentenza in commento nel nostro ordinamento in cui ogni giorno vengono conclusi centinaia di contratti contraddistinti dalla previsione di clausole abusive a danno dei consumatori. A titolo esemplificativo, basti pensare ai mutui bancari al cui interno sovente sono inserite clausole, quali tassi sopra soglia o penali per estinzione anticipata del contratto, il cui contenuto presenta nella maggior parte dei casi carattere di abusività dal momento che impone al consumatore un regolamento contrattuale sbilanciato a favore della banca, difettando qualsivoglia contrappeso idoneo ad escluderne il carattere vessatorio. Secondo Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) e Federconsumatori, sono vessatorie e lesive dei diritti dei consumatori le clausole dei contratti di mutuo stipulati con il rimborso alla francese (ovvero interessi capitalizzati occultamente nel piano di ammortamento), già censurati e sanzionati, dietro ricorso dei legali Adusbef, e da numerose sentenze dei giudici di primo grado, nonché le clausole di numerosi contratti bancari che ancorano all’illegittimo ed illecito parametro Euribor (stabilito dalle stesse banche, spesso con accordi occulti) la misura degli interessi e competenze economiche, nonché le clausole che aggiungono al tasso nominali numerosissimi costi occulti e penali che sommate ai tassi configurano il reato di usura, nei mutui, nei contratti di leasing, conto corrente bancario e simili.

Conclusivamente, non resta che auspicare che i giudici italiani si conformino alla giurisprudenza della Corte di giustizia e ciò non soltanto per non incorrere in violazioni del diritto europeo ma anche, e soprattutto, per tutelare efficacemente le molte centinaia di consumatori indebitati che tutti i giorni subiscono le inique condizioni contrattuali imposte unilateralmente dalle banche.

Corte di Giustizia UE – Sentenza 18 febbraio 2016

A chi rivolgersi per un caso di malasanità?

Non è facile per una persona che ha appena subito un grave danno o un grave lutto, causati da un errore medico, capire a chi rivolgersi per vedersi tutelati i propri diritti.

Attualmente anche il settore della Responsabilità medica è diventato fonte di profitto e molti tentano di entrarvi.

Questa è una piccola guida, ovviamente di parte (visto che è scritta da avvocati che si occupano, principalmente, di malasanità).

Studio Legale Colletti

Le scelte sono sostanzialmente tre: 1) avvocati; 2) associazioni; 3) società.

Se pensate di rivolgervi ad un avvocato dovreste tenere a mente alcuni punti. Innanzitutto verificate che sia esperto nel settore della responsabilità medica. Questo settore non è molto semplice, bisogna sapere come redarre un atto, come controllare la perizia medico-legale di parte e d’ufficio nonchè essere a conoscenza della copiosa giurisprudenza che, in questa branca, è estremamente mutevole. Non abbiate dunque timore di chiedere quanti casi abbia seguito in passato e come si siano conclusi. Un cliente informato è un cliente che non può essere raggirato. Inoltre fatevi mettere per iscritto un preventivo, così da sapere quanto vi costerà iniziare un procedimento (civile o penale). Infatti tali procedimenti possono essere molto costosi (e rischiosi).

Se invece pensate di rivolgervi ad una delle tante associazioni che tutelano i diritti dei malati dovrete fare ancora più attenzione. Ultimamente tali associazioni sono spuntate come funghi.

Come prima cosa, per capire se si tratta di una vera associazione che tutela i diritti dei pazienti, verificate di cosa si occupano. Diffidate di tutte quelle associazioni che trattano solo casi di malasanità. Molto spesso tali associazioni sono solo una vetrina per “accapararsi la clientela”. Verificate per bene i loro siti web (se ne hanno) e le loro “competenze”. Soprattutto, se sono vere associazioni, non firmate moduli di alcun tipo, tranne quelli per la privacy.

Diffidate altresì delle Associazioni che pagano per pubblicizzarsi online. Le vere associazioni non investono soldi in pubblicità ma utilizzano i pochi denari che hanno a favore dei pazienti. Normalmente le associazioni che pagano per farsi pubblicità non sono cere associazioni di volontariato.

Proprio per questo motivo il nostro Studio Legale collabora ormai da più di vent’anni con l’Associazione Onlus Tribunale dei Diritti del Malato di Pescara (che oggi si chiama Associazione Onlus Tutela dei Diritti del Malato). Tale associazione, conosciuta in tutto l’Abruzzo, non si occupa solo di casi di responsabilità medica ma di tutto ciò che è nell’interesse del paziente, dalla lunghezza delle liste d’attesa alle informazioni spesso non fornite dagli Ospedali, all’interlocuzione con gli organi istituzionali per la migliore gestione dell’ambiente ospedaliero.

Infine vi sono le società, nate soprattutto negli ultimi 5 anni.

La prima cosa da verificare in queste società è la loro composizione sociale. Può accadere, e bisogna stare molto attenti, che dietro non vi siano studi legali, medico-legali o addirittura altre società che difendono anche le compagnie di assicurazione, in pieno conflitto di interessi.

Un’altra pecca di queste società è che, per una questione di capitale, si occupano solo dei casi di malasanità dove il risarcimento potrebbe essere più alto.

La nostra filosofia professionale impone invece che si debbano difendere i diritti di tutti, sia di chi ha subito un danno molto grave, sia chi ha subito un danno lieve.

Pertanto il nostro consiglio è di diffidare delle associazioni e società che si occupano solo di gravi invalidità: esse penseranno solo al mero profitto.

Un altro consiglio è quello di controllare molto bene le transazioni che vi vengono proposte. Tali società (o associazioni) molto spesso puntano ad una transazione anche leggermente sconveniente purchè sia rapida: in un caso di decesso ci è capitato un caso dove al cliente era stato proposto un risarcimento di 200.000€ laddove poteva sicuramente richiedere un risarcimento di almeno il doppio. Infatti queste società puntano sulla quantità dei numeri, non sulla qualità.

Un ultimo consiglio: diffidate degli avvocati, delle associazioni o delle società che affermano di raggiungere una percentuale di vittorie superiore al 90%. La media delle cause vinte nel settore della responsabilità medica ultimamente si aggira sul 65%. Chi vanta cifra vicine al 100% si occupa, quindi, solo dei casi sicuri e non di tutti quelli che, comunque, meritano una tutela. Ed inoltre tali cifre sono solo marketing, troppo spesso sono lontanissime dalla realtà.

Adesso che avete letto questa piccola guida la scelta spetta a voi.

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Asfissia perinatale e danni neurologici del neonato

L’asfissia perinatale (o più impropriamente neonatale) è uno degli eventi di danno che possono accadere con più frequenza durante la gravidanza, in particolare nelle ultime settimane di gestazione.

Le conseguStudio Legale Collettienze di una asfissia perinatale possono essere gravissime per il feto sino a portare alla morte.

Uno studio norvegese ha analizzato quali sono le cause più comuni delle conseguenze dell’asfissia perinatale, fra le quali rientrano per la metà dei casi (50%) un errato monitoraggio del benessere fetale, la mancanza di conoscenza ed esperienza clinica (14%), una non conformità alle linee guida (11%), mancata richiesta di assistenza medica da parte del personale sanitario (10%), errori nella somministrazione dei farmaci (4%).

Oltre alla morte, tra le conseguenze più gravi sono da annoverare disturbi neurologici del nascituro che Tracciato CTGdipendono, in larga parte, dal tempo che trascorso in asfissia e che possono portare sino alla paralisi cerebrale ed alla encefalopatia neonatale.

Secondo le Linee Guida Internazionali il miglior modo per controllare il benessare fetale è il monitoraggio cardiotocografico che analizza una serie di valori relativi allo scambio ossigenativo materno-fetale, il battito cardiaco-fetale nonchè le risposte fetali agli stimoli provenienti dalla madre o dall’esterno.

Come capire se le conseguenze neurologiche dipendono da asfissia perinatale ovvero da altre cause, quali ad esempio infezioni (Cmv, Parvovirus, etc.)?

Nella pratica medico-legale si utilizza principalmente uno schema redatto dall’American College of Obstetrician and Gynecologists (ACOG) secondo cui si può dimostrare la correlazione tra i disturbi neurologici del nascituro con l’asfissia intrapartum in base a dei criteri fondamentali ed ai criteri accessori che qui si riportano:

Tabella ACOGFra i criteri essenziali per la dimostrazione clinica (e medico-legale) dell’asfissia perinatale dobbiamo citare: 1) l’evidenza di acidosi metabolica analizzata nel cordone ombelicale; 2) Sviluppo precoce di encefalopatia neonatale; 3) Paralisi cerebrale del tipo quadriplegico o discinetico; 4) esclusione di altre eziologie identificabili quali traumi, disordini della coagulazione, infezioni o disordini genetici.

Il modo migliore per identificare una possibile asfissia è, come abbiamo detto, l’analisi del tracciato Cardiotocografico (CTG) da cui potrebbero emergere dei problemi del feto quali: a) una variabilità di base inferiore a 5bpm (battiti per minuto); b) presenza di una o più decelerazioni variabili o tardive; linea di base inferiori a 110 o superiore a 160 bpm (tachicardia).

In tutti questi casi deve essere analizzata al meglio la situazione e, nelle condizioni più gravi, espletare un parto cesareo nel più breve tempo possibile.

Cosa fare se si ritiene che i disturbi neurologici del proprio figlio siano dipesi da asfissia perinatale e quindi da una sottovalutazione dei sanitari?

In primo luogo si dovrebbero richiedere immediatamente le cartelle cliniche.

Uno dei problemi principali con le cartelle cliniche è il rischio di alterazione da parte del personale sanitario. Proprio per tali evenienze il nostro studio legale consiglia, per i casi più gravi, di procedere ad una denuncia penale con richiesta di sequestro delle cartelle cliniche. Purtroppo, fino a quando non avremo la cartella clinica informatizzata, si avrà sempre il problema della omissione o alterazione di alcuni dati.

Successivamente alla richiesta di cartella clinica servirà un medico-legale (se non un ginecologo) molto compentente nella materia che dovrà analizzare il caso concreto, i tracciati CTG nonchè tutte le analisi virologiche e seriologiche della madre durante la gravidanza e, nel caso, anche gli eventuali reperti istologici della placenta (nei casi più gravi si richiede sempre l’esame della placenta).

Solo dopo tali analisi il vostro avvocato potrà consigliarvi se iniziare una causa per responsabilità medica oppure no (ricordate sempre che avete 10 anni di tempo dal parto).

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Truffati dalle banche e dal “salva-banche”? Ecco come agire!

Avevate prodotti delle 4 Banche “salvate” dal Governo Renzi?

Vi hanno piazzato delle obbligazioni subordinate nascondendovi i rischi?

In realtà non tutto è perduto e potrete ancora agire per recuperare almeno parte dell’investimento.

banca_etruria_01Per capire se davvero potete iniziare una causa contro la banca, il funzionario o anche altri (Consob e Bankitalia per mancata vigilanza) come prima cosa dovete analizzare voi stessi.

Infatti hanno molta più probabilità di essere risarciti pensionati ovvero persone che non hanno dimestichezza con gli strumenti finanziari. Ma perchè?

Il funzionario di banca, prima di proporvi un prodotto finanziario, deve analizzare la vostra propensione al rischio attraverso quello che viene chiamato “Questionario Mifid”. Dalle risposte a questo questionario il funzionario (o consulente) dovrebbe consigliarvi se investire in prodotti rischiosi (azioni, obbligazioni, etc.) ovvero in prodotti più sicuri (come i titoli di stato).

Se il funzionario vi consiglia prodotti non adatti a voi allora la banca diventa responsabile delle perdite e sarà tenuta al risarcimento.

Ad esempio: siete un pensionato 70enne senza conoscenza dei prodotti finanziari? Allora il funzionario non doveva farvi sottoscrivere le obbligazioni subordinate.

Attenzione però: la situazione degli obbligazionisti truffati dale 4 banche proprio non si adatta alle cd. Class action. Perchè ogni situazione è diversa ma, soprattutto, perchè la class action in Italia è uno strumento che, purtroppo, non funziona.

Ma a chi potrete chiedere il risarcimento?

Secondo noi, in un caso del genere, si possono richiedere i danni, per responsabilità contrattuale, sia alle cd. New Bank (è una strada possibile anche se complicata) sia ai funzionari “infedeli” ovvero quelli che materialmente vi hanno consigliato la sottoscrizione di prodotti non adatti a voi.

Ma vi sono altri responsabili? Secondo noi sì e sono, più precisamente, la Consob e Bankitalia, per la mancata vigilanza e la mancata informazione dei rischi connessi relative a queste banche.

Però fate attenzione: queste cause possono comunque essere rischiose. Diffidate di chi vi assicura un risarcimento al 100%.

Ad ogni modo, se volete avere maggiori informazioni, scrivete a info@studiocolletti.eu dandoci tutte le informazioni sul vostro caso. Vi ricontatteremo al più presto.

Avv. Domenico Colletti

La nuova legge sulla responsabilità medica: un danno per le vittime di errori medici, per i medici e per la giustizia

In queste settimane, in Commissione Affari Sociali, si sta discutendo la nuova legge sulla “responsabilità medica”.

Già il presupposto di questa legge è completamente sballato, poichè parte dall’assunto che bisogna modificare il regime di responsabilità a causa della “medicina difensiva”.

Davvero è così? Un interessante studio americano, dati alla mano, ci spiega come la cd. medicina difensiva è solo una abile manovra di marketing fatta da assicurazioni e lobby delle strutture private e dei medici per diminuire i risarcimenti alle vittime di malaCommissione Affari Socialisanità.

Siccome in Italia le leggi non si basano su dati scientifici ma solo sulla convenienza dei grandi stakeholders, ecco che, purtroppo, siamo costretti a difendere i diritti dei pazienti dai voleri della maggioranza parlamentare e di gran parte dell’opposizione.

Perchè se dovesse passare questa legge sarà un danno sia per i pazienti vittime di malasanità, sia per i medici che per la giustizia?

Perchè per i pazienti sarà più difficoltoso ed addirittura più costoso richiedere un risarcimento.

Innanzitutto perchè vi sarà una nuova condizione di procedibilità, ovvero quella di utilizzare, forzatamente, la procedura di accertamento tecnico preventivo ex art. 696bis (ATP). Tale procedura, per la verità, viene spesso utilizzata anche da noi ma, in molti casi, laddove si deve provare anche per altri mezzi (vedi testimoni) l’inadempimento del medico o della struttura sanitaria, utilizzare l’ATP può anche essere un boomerang. Ed in secondo luogo la nu0va legge sta per inserire l’obbligo di nominare, invece che un Consulente Tecnico d’Ufficio, un Collegio di periti, così da triplicare i costi per coloro che chiedono giustizia. Inoltre, punto ancora più importante, il regime di resposanbilità dei medici che lavorano nelle strutture private e pubbliche sarà quello ex art. 2043 c.c. (resp. extracontrattuale) e non quello più favorevole della responsabilità contrattuale.

Perchè questa legge è un danno anche per i medici?

Perchè, se dovesse passare l’art. 7bis così come proposto dal relatore, i medici, anche quando un paziente chiede un risarcimento esclusivamente alla struttura, saranno costretti a nominare (ed ovviamente pagare) i propri avvocati e partecipare “obbligatoriamente” alla procedura di accertamento tecnico preventivo.

Perchè questa legge è un danno per la giustizia?

Perchè è scritta male, sicuramente non da giuristi.

Un piccolo esempio: all’art. 6 (responsabilità penale), secondo il comma 2 i medici saranno punibili esclusivamente per colpa grave mentre secondo il comma 3 non saranno punibili per colpa lieve (ovvero la disastrosa Legge Balduzzi).

Inoltre la nuova condizione di procedibilità, per il fatto che dovranno essere citati tutti (strutture, medici, infermieri ed assicurazioni) e per il fatto che dovrà durare massimo 6 mesi, sarà impossibile da utilizzare.

Insomma, come sempre, un pastrocchio all’italiana!

Avv. Andrea Colletti – Deputato M5S – Avvocato esperto in malasanità

Se vuoi conoscere sapere se hai subito un caso di malasanità leggi in questo link

Decreto-Legge 83/2015: Fallimento, Concordato ed Esecuzioni

E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale di sabato 27 giugno 2015 (n. 147) l’ennesimo Decreto-Legge (n. 83/2015) in materia di giustizia recante “Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”.

Come avviene di solito le norme ivi contenute vanno ad innovare il codice di procedura civile ed il codice civile in molte parti con differenziazioni anche per ciò che riguarda l’entrata in vigore di tali norme.

Si va a modificare in più punti la legge fallimentare, nonché le possibilità di pervenire al concordato preventivo. Va ad innovare, inoltre, numerosi articoli relativi alle esecuzioni, sia mobiliari che immobiliari.

Qui troverete una tavola sinottica redatta dal Consiglio Nazionale Forense per riuscire a districarsi da questi continui stravolgimenti.

Attualmente il decreto-legge è stato incardinato presso la II Commissione (Giustizia) della Camera dei Deputati dove è presente l’Avv. Andrea Colletti.

Il Divorzio Breve è Legge

Entra oggi in vigore la nuova legge sul divorzio breve.

La nuova legge prevede due scaglioni temporali basati sulla consensualità o meno della separazione.

Infatti qualora la separazione sia consensuale la coppia potrà ottenere il divorzio definitivo dopo soli 6 mesi dall’udienza in cui i coniugi devono presentarsi davanti al Presidente del Tribunale.

Qualora, invece, la separazione sia giudiziale la coppia potrà procedere alla richiesta di divorzio passati 12 mesi.

L’attuale legge inoltre si applica anche a tutti quei casi in cui già vi è stata dichiarazione di separazione davanti al Tribunale.

Per maggiori informazioni si potrà visionare direttamente il testo della legge qui.

Da ricordare inoltre che già nel 2014 è stato semplificato l’iter per addivenire alla separazione o al divorzio attraverso gli istituti della negoziazione assistita e della separazione o divorzio direttamente presso il Comune di residenza.