Ci sono sentenze che dovrebbero essere studiate a memoria da tutti i consulenti tecnici d’ufficio e da tutti i giudici.

Ebbene, la n. 13328 del 2015 è proprio una di queste poichè offre una lettura di implicazioni pratiche che ci si trova a maneggiare in ogni causa di responsabilità medica.

Andiamo con ordine.

In primo luogo la sentenza ha analizzato il cd. concorso di cause. E, sulla scia di una giurisprudenza ormai abbastanza chiara, ha dichiarato che se una causa concorre insieme alle altre, colui che ne è responsabile ne risponde per l’intero (salvo ipotesi di regresso verso gli altri “colpevoli”). Se invece una causa ha concorso nel danno insieme a fattori naturali, egli ne risponderà, ai sensi dell’art. 41 c.p., ugualmente per l’intero. Questo è uno di quei principi di diritto maggiormente utilizzati soprattutti nella cause di responsabilità medica per decesso del paziente.

Il secondo profilo è quello relativo alle complicanze di un intervento. Quante volte Consulenti Tecnici d’Ufficio hanno escluso la colpa dei sanitari poichè il danno era una complicanza dell’intervento. Ebbene, d’ora in avanti i giudici non potranno più aderire acriticamente a quanto detto dai periti d’ufficio bensì dovranno valutare, caso per caso che il medico per andare esente da condanna ha l’onere di provare in concreto l’esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli è sufficiente che la sussistenza d’una causa di esclusione della colpa possa essere solo astrattamente ipotizzabile”.

Pertanto, cari giudici, d’ora in poi tenete a mente che “al medico convenuto in un giudizio di responsabilità non basta, per superare la presunzione posta a suo carico dall’art. 1218 c.c., dimostrare che l’evento dannoso per il paziente rientri astrattamente nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate “complicanze”, rilevate dalla statistica sanitaria.

Un certo revirement si è avuto su di una locuzione che spesso gli avvocati, soprattutto quelli che non trattano primariamente la materia della responsabilità medica, utilizzano. Ovvero il famigerato risarcimento di tutti i danni subiti e subendi.

La sentenza in epigrafe ha chiarito che “chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l’onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”. Domande di questo tipo, quando non ne sia dichiarata la nullità ex art. 164 c.p.c., non fanno sorgere in capo al giudice alcun obbligo di provvedere in merito al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa”.

Sicuramente questa sentenza sarà una delle più citate in giudizio da parte di noi avvocati.

Sentenza Cassazione