La pronuncia in esame si occupa di dirimere un conflitto di competenza sollevato dal Tribunale Penale di Roma e sorto tra quest’ultimo e il Giudice di Pace del medesimo foro in ordine alla fattispecie diffamatoria di cui all’articolo 595 c.p. compiuta a mezzo internet.

Il conflitto sorgeva a seguito della dichiarazione di incompetenza resa dal Giudice di Pace in ragione del fatto che, ancorchè la imputazione non contemplasse la contestazione dell’ipotesi aggravata di cui al terzo comma dell’articolo 595 c.p., la stessa dovesse comunque ritenersi integrata tenuto conto che la condotta contestata all’imputato era consistita nella pubblicazione sulla bacheca facebook della persona offesa di un commento a contenuto diffamatorio; ragion per cui, a parere del Giudice di Pace, la condotta incriminata integrava una ipotesi  diffamatoria aggravata, in quanto tale rientrante nella competenza del Tribunale.

Accordando integralmente le argomentazioni proposte dal giudice di Pace, la prima sezione della Corte di Cassazione riconosceva la competenza del giudice superiore, mostrando di aderire all’ormai consolidato orientamento (Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511; 28 ottobre 2011 n. 44126; Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044) secondo cui nella locuzione “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” deve farsi rientrare anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo di una bacheca facebook, in quanto idonea a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone, elemento questo costitutivo della fattispecie in esame.

A questa conclusione la Corte perviene attraverso due condivisibili argomentazioni che tengono conto della natura e della finalità dei social network che rappresentano oggi il più diffuso mezzo di comunicazione e divulgazione di idee o notizie. Il Supremo Collegio, in particolare, osserva dal un lato che “per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso)”; dall’altro che “l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

Con la pronuncia in esame, quindi, la cassazione ha aggiunto un ulteriore e importante tassello nella ricostruzione e nella interpretazione della fattispecie tipizzata al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione, chiarendo che l’utilizzo di internet, e in particolare, di facebook, rappresentano strumenti idonei alla consumazione del reato e, altresì, idonei a cagionare alla persona offesa un maggiore e più diffuso danno proprio in ragione della potenzialità, della idoneità e della capacità di coinvolgere e raggiungere una pluralità indistinta e indiscriminata di persone.